I Vicerè

I Viceré è un classico della letteratura italiana, scritta da De Roberto che non vide molto successo per via di tanti componenti che gli giocarono una scarsa fiducia. Personalmente ho amato la scrittura di Federico De Roberto, napoletano da parte di padre e siciliano da parte di madre che dopo la morte del genitore con la madre si stabilì a Catania dove morì quasi nell’indifferenza perché, proprio in quei giorni, veniva a mancare anche la scrittrice e giornalista Matilde Serao. I Viceré è quella che oggi ha un grande seguito, saga familiare, molto elaborata, con colori e atmosfere ben descritte, soprattutto di una Zafferana Etnea dove De Roberto soggiornò per tempo a causa delle sue condizioni di salute. Tra gli altri centri abitati dell’Etneo da ricordare Nicolosi che divenne per un periodo il posto dove si rifugiarono i monaci benedettini.


Le difficoltà trovate nella lettura di questo romanzo sono state la capienza del libro (non facile da portare in borsa), le 500 pagine con cartelle da 45 righe (la media si aggira intorno le 33) con paragrafi e, soprattutto, capoversi lunghi che hanno reso la lettura faticosa.
Se dovesse essere pubblicato oggi, I Viceré sarebbe una saga familiare composta da tre libri (infatti il romanzo è suddiviso in tre parti).
Queste le noti dolenti della mia avventura con I Viceré, lettura staccata più volte per dedicarmi a altre letture più leggere. Ma una volta entrata nella storia non l’ho più abbandonato.
Molti affermano che il personaggio di Consalvo sia ispirato a un componente di una nobile famiglia catanese, i Paternò Castello, Antonino di Sangiuliano a cui è dedicata una lunghissima e famosa via della città etnea, sindaco di Catania a soli 26 anni e ministro degli esteri per ben due volte.
I Viceré è un capolavoro per tanti motivi: la scrittura di De Roberto è tagliente e ironica (credo grazie al suo sangue per metà siciliano e per metà napoletano). Protagonista una nobile famiglia che si ama e si rispetta cosi tanto da definirsi l’un l’altro “bestia”, correre al capezzale di un parente morente piangendo con gli occhi e afferrando il testamento con le unghie. Sono tutti fragili e propensi a una stanza pazzia, come suggerisce Consalvo, a causa dei matrimoni consanguinei avvenuti in tutti quegli anni per quella stupida idea che è meglio sposarsi tra loro nobili.
Sono odiosi, cattivi, subdoli e ignoranti (tanto da sfottere il marito di una di loro perché non nobile ma laureato!).

Come in tutte le letture che si rispettano ci sta il personaggio antipatico al lettore, i miei sono stati Raimondo e Teresa.
Il primo, belloccio e viziato sposa una tipa che farà soffrire tradendola e abbandonandola per un’altra sino a portarla alla morte, si sposa con l’amante ma già stufo la tratterà peggio della prima. Era il preferito della mamma, Donna Teresa, tanto che, essendo il secondo genito, per tradizione, doveva essere destinato alla vita religiosa ma la donna ne fa erede a metà con il primo genito, Giacomo che, tra l’altro, pur essendo suo figlio, Donna Teresa detesta.
Altro personaggio che non ho amato è Teresa, la figlia di Giacomo, ama sentirsi dire che è brava e santa tanto da sposare il cugino brutto e grasso pur amando e essendo amata dal fratello di quello, Giovannino, farà un figlio ogni anno pur provando disgusto per il consorte e porterà il cognato al suicidio.

I personaggi che ho apprezzato di più sono: Giacomo e Consalvo. Il primo sfrutta le debolezze dei parenti per arricchirsi.

De Roberto non chiarisce se lo faccia con scrupolosa cattiveria o sia anche aiutato dalla fortuna e non è chiaro se sia lui la causa della morte della prima moglie, però la sua coerenza mi è piaciuta (non a caso si amano più i cattivi per la loro umanità che i buoni a tutti i costi).
Consalvo credo sia l’anima dei Viceré. Da piccolo è costretto a indossare il saio benedettino (e leggere nelle pagine i posti in cui ho studiato è stato molto bello) perché troppo vivace; smesso il saio si darà alle donne e al gioco. Poi avverrà un cambiamento in lui. Il viaggiare lo porta a scoprire la sua piccolezza ma anche quella di tutta la famiglia e non essendo frivolo e stupido come lo zio Raimondo, inizia a studiare e si dà alla politica con il dissenso del padre che non pronuncerà più il suo nome chiamandolo solo Salut a voi, e tenendosi un pugno serrato in tasca con indice e mignolo tesi ogni volta lo vede. Consalvo diverrà sindaco a soli 26 anni, il padre morente gli chiederà di sposarsi ma alla negazione del ragazzo che non vuole rendere infelice una donna, Giacomo lo disereda lasciando tutto a Teresa. Qui sta tutta la differenza tra il bello e preferito di Donna Teresa e il furbo e poco amato Consalvo. La lucidità delle proprie azioni, la consapevolezza dei propri limiti, cattivo, forse subdolo, ma coerente.
Le riflessioni fredde e ciniche di Consalvo lo portano a vedere come tutti i membri della propria famiglia siano di una povertà spirituale: la stessa sorella da ragazza graziosa e colta si è trasformata in una bigotta appesantita dalle tante gravidanze e da una colpa da estirpare. Accetta un matrimonio solo a patto che tutti facciano pace tra di loro senza pensare che al primo attrito sarebbe tornato tutto come un tempo, perché è la razza dei Vicerè a essere così cocciuta e incoerente. Si sacrifica come se fosse una santa ma io ne ho letto orgoglio e vanità e paura di manifestare le proprie idee. E il monologo alla zia che lo ha sempre amato mette in luce tutti i difetti di ognuno di loro mentre la zia forse non capisce o ormai è troppo tardi per parlare e discutere. Bella l’immagine finale dei tuoi fratelli che scelgono strade opposte l’una cadendo nel baratro di una fede cieca, l’altro nella chiarezza di ottenere tutto con la furbizia e le belle parole.

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