Canne al vento

“E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due fila di colline bianche, con lontananza cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormentava. “
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Bastano poche righe per capire la grandezza di questo romanzo e la grandezza di questa scrittrice, unica donna a oggi, ad aver ricevuto il Nobel per la letteratura in Italia.

La bellezza di questo romanzo sta nella descrizione di luoghi lontani, antichi, pervasi dalla magia, dalla nostalgia e da una tiepida speranza per un futuro migliore.
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L’eroe di questa storia è il vecchio Efix, fedele alle sorelle Pintor, le vede appassire nascoste nella loro casa ormai pervasa dalla povertà, dalla condizione di essere donne in un luogo in cui la libertà è meno importante delle apparenze.
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A sconvolgere questo stato di cose arriva il figlio di una quarta sorella ormai mortale o, scappata anni prima dalle regole e dal padre per assaporare la vita, quella vera. Il nipote sconvolgerà la vita del microcosmo e, cercando di rimediare, causerà altri dolori.
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Qui Efix inizierà un viaggio volto all’inizio a rimettere le cose a loro posto e poi per purificarsi di una grave colpa, l’omicidio. Come il pastore errante di Leopardi a me tanto caro, andrà in giro mendicando e vergognandosi. È qui che la Deledda dimostra la sua grandezza e bravura: la capacità di non far scemare l’attenzione del lettore in paragrafi che potevano risultare anonimi e invece riesce a tenere incollato alle pagine per l’intensità con cui descrive povertà e miseria (si badi non solo in senso materiale).
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Alla fine Efix farà ritorno nei suoi luoghi, alle uniche sorelle ancora vive, Noemi ed Ester, in tempo per vedere la prima sposarsi e poi le abbandonerà, per sempre.

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