Talpe e campi di grano

Talpe e campi di grano

Quando Ben mi fece quella domanda restai a guardarlo con la faccia da ebete e la mia memoria sembrava vuota. Il nulla totale.

Cosa provai quel 23 maggio del 1992?

Non lo ricordavo.

Ricordavo che era domenica. Una domenica calda, con la terra delle campagne dorate dal grano. Ricordai che tornavamo dalla casa a mare. Ma era un ricordo fittizio perché la strage di Capaci è avvenuta di sabato. Allora perché ricordo che tornavamo dal mare?

Ben allora aveva all’incirca 12 anni e ricordava quello che dissero al telegiornale. Le facce dei genitori. Quello che poi si raccontò il lunedì a scuola.

Era più piccolo di me, non era siciliano, eppure ricordava tutto. Io stavo per prendere la licenza media, avevo compiuto da più di un mese quattordici anni e avevo dei vuoti su una cosa successa nella mia terra, a pochi chilometri da me.

Ho fatto la figura della superficiale, della ragazzina frivola che magari pensava ad altro invece che agli eventi importanti del suo tempo e della sua terra. Questo pensai.

Eppure ricordavo come mi ero sentita a 12 anni quando iniziò la Guerra del Golfo, come ricordavo bene i commenti all’indomani dell’elezione del nuovo presidente dell’Italia (sempre nel 1992), e non ricordavo le sensazioni provate per la strage di Capaci.

L’unica cosa che mi venne in mente è che a mare ci siamo andati l’indomani e che la sera sono uscita con mia sorella e mio cognato a prendere delle pizze e in radio si parlava di quella brutta storia, si parlava di una talpa. Ricordo che la domenica sera si parlava in radio di una talpa e non ricordo cosa pensai la sera prima. Perché?

Intanto con Ben avevo fatto la mia magra figura. Non gli parlai di talpe e campi di grano. Avrei aggravato la mia situazione. Balbettai qualcosa è quella storia finì lì. Anche se notai negli occhi di Ben un po’ di delusione per come avevo accolto quell’argomento.

Ho pensato tanto in queste settimane al fatto di essere rimasta indifferente a un evento che ha scosso l’Italia intera poi, oggi, dopo pranzo, mio marito mi ha dato l’accesso a quel vuoto di memoria, la chiave di volta, la soluzione dell’enigma, il LA per un dettato musicale perfetto.

Sapete cosa ho studiato quando prepari Sociologia della Comunicazione di Massa? Che per rendere un evento “un caso mediatico” bisogna che sia vicino al cuore dell’opinione pubblica. Detta così non capisci bene cosa si intende ma con gli esempi è tutto più chiaro.

Se avviene un terremoto in Uganda dove muoiono 89 persone la gente ascolterà la notizia, si dispiacerà e amen. Se il terremoto avviene in qualsiasi regione dell’Italia e a morire sono solo 11 persone la notizia sarà più diffusa, non proverete solo dispiacere, sarete anche coinvolti in una maniera empatica. E non perché la vita di 11 italiani sono più importanti della popolazione dell’Uganda, ma perché quelli italiani sono più vicini. Rifletteteci su e traete le vostre conclusioni.

Ora facciamo un altro esempio: siamo nell’entroterra siciliano, è un caldo sabato di maggio e l’ex sindaco di quel paese viene ammazzato dalla mafia davanti al comune. Questo evento sconvolgerebbe l’opinione pubblica e anche la stampa nazionale ne parlerebbe.

Ma l’evento è avvenuto a poche ore di distanza dalla strage di Capaci e a nessuno interessò tanto a parte noi riesini. Perché se all’Italia interessava più la strage (naturalmente) a Riesi interessava più (in quel momento) la morte di un ex sindaco.

In quel periodo il mio paese era coinvolto in una guerra tra clan per il potere, dopo che il vecchio boss era stato fatto fuori da Riina e in questa lotta era stato coinvolto l’ex sindaco perché, si dice, faceva favori a un clan invece che l’altro.

Quella sera la notizia più importante era “hanno ammazzato Napolitano” (era il nome dell’ex sindaco).

E quando mio marito mi disse che aveva letto la condanna dei due esecutori dell’omicidio e che allora la notizia era sicuramente passata in sordina perché avvenuta proprio il 23 maggio, tutto mi fu chiaro. Così chiaro che ricordai i commenti, le parole della nuora del sindaco, avvenuto qualche giorno dopo, tutto ciò che si disse in quei giorni.

L’estate stava arrivando e per noi ragazzini queste storie avevano un fascino strano. Volevamo sapere, conoscere. Per me era tutto nuovo. Ci sentivamo catapultati in una dimensione strana. Trovavamo complotti ovunque, anche dove non c’erano. Sapevamo chi si drogava, chi coltivava la marijuana sui tetti delle case, sapevamo chi era mafioso. Alcuni di noi avevano assistito al conflitto a fuoco di qualche mese prima, sempre a causa di quella famosa guerra tra clan. Era successo vicino casa mia e io avevo visto un uomo saltare un muro nella stradina secondaria per fuggire a quella carneficina. Un altro uom aveva preso un signore che si trovava accanto e lo aveva usato come scudo e (non so se la stessa persona) si era rifugiato in una sala giochi che a quell’ora era piena di ragazzini. Credeva così di salvarsi. Ma loro entrarono, intimarono tutti di uscire e lo finirono.

Ecco cos’era in quel tempo il mio paese: gente bruciata, macchine bruciate, carte bruciate, terra bruciata.

Ecco come ci sentivamo quella sera: la notizia di Capaci era simile a quello che ci stava capitando in quel momento, quello che capitava da mesi o anni.

Solo l’indomani ci concentrammo sull’evento della strage. Ecco perché ricordo una talpa e un campo di grano. Che forse, oggi mi viene un dubbio, il grano a fine maggio è del tutto maturo?

 

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