Blocco dello scrittore

Anche tu hai sofferto del Writer’sBlock?

Parliamo del blocco dello scrittore, di cos’è realmente e perché si soffre di questo blocco, chi ne è vittima e chi invece sembra non averne mai sofferto.

Gli scrittori che noi definiamo prolifici da Shackspere a Andrea Camilleri hanno mai sofferto del blocco dello scrittore? Non saprei rispondere, so solo che molti scrittori famosi lo hanno subito, uno tra tanti Francis Scott Fitzgerald. Perché? Prima di continuare, voglio sottolineare una cosa importante:

Il blocco dello scrittore non riguarda solo lo scrittore in erba, poco pratico o con poca esperienza, riguarda tutti gli scrittori.

Quali sono le cause?

Le cause possono essere tante, svariate e di diverso genere. Una crisi creativa, problemi personali che non permettono la concentrazione, mancanza di ispirazione. Il senso di fallimento può pietrificare lo scrittore, ma anche dopo un successone, si può soffrire della crisi del post bestseller.

Quello che sembra un problema passeggero, da superare attraverso qualche esercizio da trovare su internet, invece è una patologia di cui si sono occupati dottori e neurologi, perché il blocco dello scrittore non è una cosa semplice, che dura mezza giornata o qualche settimana. Può durare anni e se il tuo lavoro è un altro e ti occupi di scrittura per diletto, non fa nulla, ma se tu vivi di scrittura, capirai che il problema è serio.

Questione di stress

Molti attribuiscono il blocco a un problema di stress e credo ci sia molta verità in questo. Lo stress riesce a inibire tutte le capacità artistiche anche quella della scrittura che ha bisogno di tanta concentrazione, tranquillità e di percezione. Ricordiamolo che scrivere non è una cosa semplice, è un mestiere faticoso, devi farti sanguinare le dita come diceva Hemingway (non finirò mai di citarlo). Lo stress riesce a inibire la creatività. Le situazioni possono essere svariate, si può essere stressati perché non ci piace quello che scriviamo, perché ci sentiamo inferiori ad altri, perché non crediamo alla nostra scrittura o alla nostra storia; magari abbiamo già pubblicato e non è andata come ci aspettavamo o, ancora, abbiamo paura di non riuscire a bissare il successo del primo. Siamo frustrati, e la frustrazione porta a una condizione di stress che inibisce la parte del cervello in cui ha sede la creatività.

La scrittrice e neurologa Alice W. Flaherty si è occupata del blocco dello scrittore, ed è arrivata alla conclusione che “la creatività letteraria è una funzione di specifiche aree del cervello e che tale blocco potrebbe essere il risultato di un’interruzione dell’attività cerebrale in tale aree” (Wikipediaorg/writer’sblock)

Naturalmente non è sempre così e non è sempre un problema cerebrale. Spesso è mancanza di concentrazione o magari voglia. Possibilmente ci facciamo distrarre dal mondo che ci circonda o ancora, siamo stanche dalla giornata di lavoro che non troviamo il tempo per sederci e stare un’ora al pc a lavorare (almeno io, se non posso stare minimo un’ora a lavorare non ci penso nemmeno a sedermi).

Ho mai sofferto di tale blocco?

Realmente non lo chiamo blocco. Ci sono stati periodi in cui non ho scritto perché avevo poco tempo da dedicare alla scrittura e pochi contenuti da sviluppare. Altri periodi che avevo tanta urgenza di scrivere e restavo seduta senza alzarmi per ore. In questi casi se accanto non hai qualcuno che crede in te, sei fregato!

Ma vorrei parlarvi di un fatto che mi è accaduto circa un anno fa. Ero presa dalla stesura di uno scritto, una storia molto complessa che avevo in testa da anni ma non avevo mai affrontato perché stavo aspettando il momento giusto dato che ero sicura (credo a ragione) che ancora, nella mia testa, quella storia non era maturata. A metà del libro si ha una svolta temporale e anche di registro e quella era la parte che mi preoccupava di più e invece, con tutte le difficoltà che la trama poteva comportare, riuscii a scriverla in pochi giorni. Prima che io mi segga a scrivere so già almeno il 70% della storia, come inizia, come si evolve e come finisce. Naturalmente mentre si scrive le cose cambiano e quindi anche la storia cambia, ma le parti principali, quelli nate all’inizio, quelle idee appuntate nei miei quadernetti erano lì, io sapevo e di solito so cosa devo scrivere, il problema è che non si sa spesso come scriverle.

A un cero punto dovevo uccidere una ragazza. Detto così sembra proprio che il mio mestiere sia il serial killer, un po’ lo scrittore lo è perché uccide spesso i suoi personaggi. Quando scrivevo Intimo nero con Merletti e Frati, spesso mi sedevo davanti il pc e mi dicevo con aria divertita “oggi chi ammazzo?”. Intimo nero è una storia con tanti personaggi e molti di questi fanno una brutta fine: chi avvelenato, chi con uno sparo, chi si suicida, chi ammazzato violentemente… ma ero consapevole che dovessi farlo e lo facevo tranquillamente. Nella storia che scrivevo l’anno scorso a perire erano circa in tre (i personaggi più importanti) e quando arrivai al punto in cui dovevo fare fuori uno di questi personaggi mi bloccai. La lasciai chiusa in un piccolo albergo mentre la neve cominciava a scender giù lentamente e non scrissi credo per settimane. Sapevo cosa le sarebbe accaduto e come si sarebbe comportato il personaggio che le stava accanto, ma non riuscivo a ucciderla: era una ragazzina ingenua e aspettava un bambino. Non ce la facevo. Non era il personaggio principale e neanche quello che amavo di più. Ma era un personaggio importante per la storia, il personaggio per cui tutta la storia aveva senso e la sua morte era necessaria. Dovevo ucciderla! ma il senso materno in me me lo impediva. Quando capii che era la mamma che era in me che non la voleva morta e non la scrittrice mi feci forza e mi sedetti. C’era silenzio, non accesi neanche la musica, solo dopo che tutto finì inserii Wind of Chance (se un giorno il romanzo verrà alla luce capirete il motivo di quel brano) e l’altro personaggio, il protagonista, fece ciò che doveva fare, anzi che non doveva fare, ma glielo feci fare affinché la storia andasse avanti.

Due cose mi fanno paura come scrittrice: non avere più storie da raccontare e di morire prima di aver raccontato tutto!

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