Un suicidio d’amore!

Il 23 marzo 1969 Assia Wevill, pubblicitaria, bella e con velleità da poetessa, somministrava sonniferi alla sua bambina Shura, portava un materasso in cucina, beveva alcol per ingoiare altri sonniferi, apriva il gas e si sdraiava sul materasso abbracciando Shura che aveva compiuto da poco solo 4 anni.

Molti affermarono che Assia non volesse invecchiare e questa sia stata la causa del suicidio. La domanda che mi pongo da madre è perché portare con sé la propria bambina? Altri invece parlano di depressione. Assia si era sposata ben tre volte, e poi aveva conosciuto il padre di Shura, un poeta inglese sposato con due bambini. Si erano innamorati e la passione era tale che il poeta abbandonò la sua famiglia per stare con lei. La moglie, fragile e con un passato di depressione ed elettrochoc, si uccise. Qualche giorno dopo Assia, che in quel periodo era incinta, abortì. Poi restò incinta di Shura, viveva con il suo grande amore, credeva di poter essere felice, voleva scrivere poesie, voleva fare da madre ai due bambini orfani di una madre troppo fragile. Li coccolava, li faceva giocare, si mise a fare la casalinga umiliando le sue ambizioni, ma non era felice. L’amante non aveva intenzione di sposarla, ed era certa che già la tradisse con altre. I genitori di lui non l’accettavano, soprattutto il padre che rifiutava di sedersi a desinare con la donna.

La bella Assia si sentiva sola, incompresa, non amata.

Alla fine l’uomo la convinse ad andare a vivere in un appartamento a Londra, le prestò dei soldi – prestiti con delle scadenza. Assia era sola, tutti la indicavano come la femme fatale che aveva causato un suicidio, la cattiva di una storia senza lieto fine. Era ormai ossessionata dalla donna che si era suicidata, dalla poetessa e dalla sua bravura e l’amante sembrava essere padre solo dei figli della moglie, dedicava il suo tempo alle pubblicazioni postume delle poesie della moglie. La donna sperava di ritornare a formare una famiglia con quell’uomo, che l’aveva allontanata, ma non la lasciava, rimandando sempre il giorno in cui la donna e la bambina sarebbero ritornati a vivere con lui. Continuava a trattarla come un’amante, un’amante da nascondere ma che non vuoi abbandonare, e continuava a trattare Shura come la figlia non voluta.

Le due anime erano sole e Assia non aveva il coraggio o la voglia di ricominciare a vivere.

Poteva scappare in Canada da suo padre, poteva ricominciare una vita: era bella, intelligente e colta. Ma evidentemente il poeta aveva consumato tutto il fuoco della donna e dove non era arrivato il poeta ci aveva pensato il rimorso per quel suicidio a invadere i suoi pensieri e la sua vita. Ecco perché dopo aver scritto due lettere, una al padre e l’altra al poeta, si uccise, in una maniera che ricordava troppo quella della donna di cui era ossessionata, portandosi via anche la bambina: forse aveva paura che senza la madre la piccola avrebbe avuto una vita infelice, credeva che l’uomo avrebbe continuato a trattarla diversamente, o pensare che la piccola sarebbe cresciuta sapendo che la madre si era suicidata le avrebbe causato lacerazioni non facilmente rimarginabili. Ma decise per una bambina di soli quattro anni.

Il poeta nascose la lettera chea Assia gli aveva scritto. Nelle sue biografie ufficiali, nelle sue poesie a parte alcune eccezioni, Assia e Shura non esistono, come se fossero state due vite poco importanti nella sua vita, o troppo il dolore. Come se volesse cancellarle o non renderle eterne. Anche dopo la morte la lettera non compare, forse distrutta come erano state distrutte le ultime pagine del diario della moglie. Come se il poeta avesse paura della sua parte più crudele, la sua immagine di poeta non doveva in nessun modo collimare con quella privata di uomo che pecca, tradisce e sbaglia. E il cancellare le tracce delle donne che ti hanno amato credo sia più riprovevole che le azioni da comune mortale!

Sei anni prima la morte di Assia, una fredda giornata di febbraio, esattamente l’undici febbraio, in una notte londinese, la poetessa Sylvia Plath completava una poesia, la sua ultima poesia, Orlo. L’undici febbraio 1963, in una notte londinese, una mamma preparava pane e burro e latte ai suoi due bambini mentre questi dormivano nella loro camera, appoggiava il vassoio su un tavolinetto, apriva la finestra per far entrare aria, poi sigillava la porta della stessa cameretta e si recava in cucina. Quella stessa notte, in quella stessa città, nella stessa casa, una donna dall’anima devastata scriveva un biglietto per una ragazza che quella mattina doveva andare a casa sua, nel biglietto c’era scritto “chiamare il dottore” e un numero di telefono. Poi accese il gas del fono, introdusse la testa e si lasciò morire, o forse pensava che non sarebbe morta come era accaduto tempo prima, quando era solo una studentessa, come la sua Esther de La campana di vetro. Forse voleva capire se al mondo c’era qualcuno che l’amava.

Pochi anni fa sono state trovate delle lettere che Sylvia scrisse alla sua psicoterapeuta. In quelle lettere la poetessa parla del suo rapporto doloroso con il marito, il poeta Ted Hughes, di come venisse maltrattata, si evince di un aborto dopo due giorni che l’uomo l’aveva picchiata, si parla di violenze psicologiche oltre che fisiche, e poi il tradimento con la bella Assia. Di tutte queste violenze, negli scritti curati da Ted Hughes , non c’è traccia. Si giustificò dicendo di aver distrutto le pagine del diario della Plath solo per proteggere i suoi figli. Per anni non scrisse ma curò le opere della poetessa, la stessa che aveva tradito e lasciato, forse perché il suo ego aveva troppa fame, forse perché la sua anima era troppo debole per stare accanto a una tale donna. Non lo sapremo mai.

Perché, sia messo agli atti, c’è una netta differenza tra l’opera di un artista e l’uomo dietro l’arte.

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