Il momento in cui ho capito di voler scrivere

“C’è un momento in cui hai capito che volevi fare lo scrittore?”

Questa è una di quelle domande che si fanno sempre agli scrittori, soprattutto a quelli in erba. Fu fatta anche a me, e io, presa dall’impeto della mia prima intervista, neanche ci pensai e citai il momento in cui avevo scoperto il Diario di Anne Frank.

Oggi, riflettendo attentamente, mi sono resa conto che non è quello il momento in cui ho deciso di fare la scrittrice. Quello del Diario della Frank è il momento in cui fui rapita dal fascino dei misteriosi diari, dai fogli bianchi da riempire con gli inchiostri di penne dall’aspetto gradevole, da un lucchetto e da un paio di chiave che poi si rovinavano facilmente. Quello è il momento in cui ti senti stregato dalla scrittura ma è completamente diverso dal momento in cui capisci che da grande vuoi fare lo scrittore.

Anni fa, leggendo un’intervista a Robert Miles, scoprii che egli aveva iniziato a comporre musica perché non soddisfatto da quello che ascoltava, ovvero aveva cominciato a comporre la musica che egli stesso voleva ascoltare. Credo che per la maggior parte degli scrittori avvenga la stessa cosa e questo vale anche per me. Scriviamo ciò che ci piace leggere. Certo, non è sempre vero dato che molti scrivono (musica e letteratura) per denaro cercando di sfruttare le mode del momento. Di solito si scrive perché si ha una storia in testa che ci martella, personaggi che ci parlano e posti che vogliono essere descritti.

Ernest Hemingway e i suoi diari

Poi arriva quel momento in cui ti crei un’immagine quasi romantica dello scrittore. Lo immagini con queste agende dalla copertina nera, piene di parole da scrivere, leggere per correggere e tornare a scrivere. Lo immagini a un tavolo di un caffè francese, con una tazza sempre fumante, con in testa un mondo da descrivere…

L’importanza di un lettore!

Il momento esatto in cui ho deciso non lo ricordo. So che avevo in mano uno di quei diari segreti e l’anulare indolenzito, gonfio e arrossato, con il callo dello scrittore che sembrava esplodere da un momento all’altro e l’unghia che mi si spezzava. Leggevo alcuni libri e mi dicevo “perché non riesco a scrivere storie così'”; guardavo film o ascoltavo musica e la mia mente viaggiava immaginando mondi così strani, irreali, lontani dalla mia realtà! Lavoravo in un circo, ero su una navicella spaziale o alla ricerca di un tesoro perduto magari in India o in Egitto! Oggi queste storie verrebbero chiamate FanFiction, ma ero una bimba che giocava a fare il regista (sì, ero convinta che quelle fossero sceneggiature e poi avrei fatto la regista e l’interprete dei miei lavori). Ma ero una bimba e pian piano le mie storie presero strade particolari e cominciai a immaginare un lettore che mi leggesse, che mi comprendesse e mi apprezzasse. Perché non sei scrittore senza un lettore!

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