Sylvia Plath e le sue inquietudini

Il 14 gennaio del 1963 veniva pubblicato il primo e unico romanzo di Victoria Lucas. Vi starete chiedendo il motivo per cui la Lucas non pubblicò più? i motivi invero sono due: la Lucas non esisteva e chi era dietro a quel nome si uccise 28 giorni dopo la pubblicazione del libro.

Avete capito in tanti che stiamo parlando de La campana di vetro e di Sylvia Plath. Avrei tanto da dire su questo romanzo e sulla sua autrice e credo che ne parlerò anche in futuro. Oggi vorrei soffermarmi sul romanzo e sulle emozioni che mi ha suscitato,

Il silenzio mi fece sentire depressa. Non era il silenzio del silenzio. Era il mio silenzio

Ho letto il libro lentamente perché alcune pagine erano piene di spunti e dovevo riflettere passo per passo, cercando di capire un personaggio che solo apparentemente è lontana da me e da tante donne e invece anche se Esther/Sylvia racconta la sua storia ambientata nell’America degli anni ’50 non è lontana dalla Sicilia degli anni ’90

Autobiografia e Fantasia

Il romanzo è molto autobiografico. L’autrice per evitare imbarazzi alla sua famiglia, pensò di pubblicarlo con uno pseudonimo cambiando molte cose nel romanzo, come, per esempio, chi l’aveva ritrovata dopo il tentato suicidio! Spesso la scrittura è discontinua e ho avuto l’impressione che fosse proprio un diario per il flusso di alcuni pensieri.

Stile

All’inizio, quando la protagonista si trova a New York per un tirocinio presso un giornale di moda sembra leggere un chick lit, spesso ho trovato molte influenze del Giovane Holden di Salinger. La protagonista attraverso flashback racconta di come era vista dalle colleghe del college, una sgobbona che non si diverte, sino a che non diventa la fidanzata del ragazzo della porta accanto, Buddy. Esther è brillante e vince borse di studio, vorrebbe fare la poetessa ma tutti si aspettano che lasci gli studi per diventare moglie e madre. La domanda che si pone sempre la protagonista è “cosa fare dopo”? Sentirsi lontana da tutti e tutto, le sue idee e i suoi pensieri e, appena scopre la vera indole di Buddy, da bravo ragazzo a traditore, tutto cambia e anche lo stile della scrittura muta. All’angoscia di non sapere cosa volere dopo gli studi, alla consapevolezza di non voler essere madre e moglie, si aggiunge il desiderio di sbarazzarsi della sua verginità. Perderla diventa un cruccio e non lo fa per curiosità o voglia, ma per liberarsi di un peso.

Siamo nell’America puritana degli anni ’50, la donna deve essere istruita ma appena si sposa deve abbandonare tutte le sue aspirazioni e ambizioni per essere spalla del marito. Questo mi ricorda molti film da The Help (non ho ancora letto il libro) a Mona Lisa Smile, ma anche un po’ la donna nei piccoli centri siciliani fino agli anni ’90. Se non avevi un ragazzo con cui ti saresti sposata, avevi qualcosa che non andava. Glielo dirà anche Buddy a Esther in una delle ultime pagine “adesso chi ti sposerà?” come se sposarsi e avere dei figli sia l’unica cosa importante per una donna. Una mia zia acquisita, sarda, alla fine degli anni ’80, parlando con mia sorella, le disse come la vita di una donna si spegnesse dopo il matrimonio e i figli. Questa cosa mi inorridiva, non volevo che la mia vita finisse nei primi anni 2000 con un matrimonio e dei figli, quindi già da allora meditai di andarmene dal mio piccolo centro di provincia. Le uniche soluzioni che trovai (ero una bambina) fu lo studio o diventare famosa, ma siccome era più facile studiare che diventare famosa, preferii concentrarmi sulla prima opzione.

Il problema di Esther è simile, vuole fuggire, allontanarsi e perdere anche la verginità, ma si sente in trappola. Il mondo di New York non le piace; tornata a Boston da sua madre scopre di non essere stata presa a un corso di scrittura e quindi inizia a meditare il suicidio.

I personaggi de La Campana di Vetro

Quel che mi ha colpito di questo romanzo non è tanto la protagonista che spesso vedo cinica e buffa, ma i personaggi che incontra e ci presenta. Per esempio la madre di Buddy, donna intelligente e colta che aveva messo da parte tutto per essere moglie e madre, perché è così che si deve fare. Questa donna crea con i pantaloni vecchi del marito un bellissimo tappeto, uno di quelli da mettere in mostra, magari appeso o disteso in salotto, lei invece lo posiziona in cucina e presto diventa lurido e vecchio, inutile! Come inutile per me è che queste donne studiassero per mettere tutto da parte, in un posto piccolo e sporco per poter dare spazio ad altro. Il dottore che all’inizio ha in cura Esther prima che lei decida di ammazzarsi sembra proprio quel tipo di individuo pieno di se a cui non frega degli altri, anzi è convinto di essere superiore e non capisce che la gente, scoprendo che è solo un opportunista, può cambiare idea su di lui! La vicina di casa: come mi ha inquietato il rumore delle rotelle della carrozzina che la vicina di casa fa cullando l’ultimo dei suoi figli! Quella donna non era solo simbolo di un’America ormai vecchia, ma mi ha ricordato le donne fasciste che dovevano solo procreare figli, come se l’unico scopo delle donne sia quello. Ricordate la zia sarda? Eppure non è così, eppure la donna può!

Una nota a parte va a un personaggio che appare per poche pagine, che da a Esther il là per il suo viaggio nella ricerca del modo migliore per farla finita. Questo ragazzo è innamorato follemente di una ragazza ed è ricambiato solo che i due sono cugini, non possono sposarsi e lei decide di diventare suora. Esther cerca di consolarlo ma lui non vuole essere consolato, lui vuole odiare tutte le donne colpevoli di non essere come la cugina!

Suicidio come unica possibilità

In questo quadro con uomini violenti, un fidanzato ipocrita che non puoi lasciare perché in quel momento è malato di tubercolosi, la speranza spezzata di partecipare a un corso di scrittura, la pretesa del matrimonio e figli e creare bellissimi tappeti da rovinare con le abbondanti colazioni da propinare ai pargoli, Esther crede sia giusto andarsene di scena e cerca il modo adatto per farlo.

A salvare questa ragazza non ci sarà nessun principe azzurro perché lo sa bene Esther, lo sa Sylvia e lo sappiamo anche noi, i principi azzurri non ci salvano perché non esiste nessun principe azzurro… a darle una mano saranno una scrittrice di successo che, avendo letto sul giornale la storia di Esther, le pagherà una clinica dove ricoverarsi, e una dottoressa. Due personaggi femminili che hanno scelto di non cucinare colazioni abbondanti ma seguire i loro sogni. E quindi alla fine dopo aver anche buttato via la verginità, liberandosi della purezza che tutti le dicevano di tenere stretta, Esther tornerà alla normalità, ma cosa è la normalità?

La normalità è possibile?

Credo che la Plath se lo sia chiesto tante volte. Normalità è la vita scelta dalla madre di Buddy e della sua vicina di casa? Quella scelta da molte donne con psicosi che Esther incontra in clinica? Normalità è la vita scelta dalle donne in carriera che vogliono aiutarla perché intuiscono il suo potenziale?

Da ragazzina mi consigliarono di tenermi stretta la verginità, se mi donavo a un ragazzo e questo mi lasciava perché aveva ottenuto da me quello quello che voleva, potevo impazzire e decidere di ammazzarmi. Vedete quanti punti di vista su un semplice argomento? O tanto semplice non lo è? Perché non decidi di farla finita per qualcosa o qualcuno, spesso decidi di farla finire perché non vedi soluzioni ai tuoi problemi, non vedi un futuro, quel mondo non ti appartiene. Forse sono solo anime fragili a non farcela e decidere di gettare la spugna e farla finita. Dicono che la Plath non volesse uccidersi veramente. La prima volta il suo corpo aveva rigettato il veleno e lei si era salvata, quella mattina, prima di mettere la testa dentro il forno, scrisse un biglietto per i vicini chiedendo di chiamare un dottore. Era già troppo tardi.

Un brutto sogno.

Per chi è chiuso sotto una campana di vetro, vuoto e bloccato come un bambino nato morto, il brutto sogno è il mondo.

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