Come bolle di sapone

Uscita 11 Novembre 2019

SINOSSI

Francesca è una studentessa universitaria all’apparenza come tante. Condivide la stanza con la sua migliore amica, Anna, ragazza spigliata, bella e polemica; ha un rapporto conflittuale con sua madre, un ex che vuole riconquistarla e un ragazzo a cui non perdona un tradimento. Ma Francesca è un personaggio particolare perché vaga spesso con la mente invece di prestare attenzioni a quello che gli altri le dicono, ha paura del mare, soprattutto “quello nero”, vede per casa mostriciattoli verdi, la notte sente continuamente rumori di zoccoli per strada e, da sempre, una bellissima donna le fa visita nei suoi sogni per ricordarle di non rivelare il loro segreto. Il problema è che Francesca non sa di cosa parli la donna e si sveglia sempre piena di paura con la convinzione che ella si nasconda sotto il letto.  A complicare la situazione, una mattina di maggio, irrompe a casa sua la sorella, che le lascia la figlia perché deve andare a riconquistare il marito. Francesca e Anna si ritroveranno a dover cambiare le proprie abitudini di studentesse universitarie per prendersi cura di una bambina di tre anni mentre Francesca dovrà capire cosa vuole dalla sua vita e, soprattutto, scoprire cosa le nasconde la sua migliore amica.

 

 

 

Una domenica
di fine aprile del 1998

Il sole è tiepido e l’aria fresca. Sono le prime ore del pomeriggio. Ho
ancora in bocca il dolce sapore lasciatomi dal caffè. Mia madre sta correggendo
i compiti di latino, le vittime aspettano la sentenza nelle prime ore di
martedì: piccoli esseri ai suoi occhi pieni di festicciole da teenager,
scooter, brufoli, cotte e poesie banali. In bocca al lupo liceali. Conosco mia
madre, dittatrice di questo piccolo impero e non oso immaginare lo sguardo
gelido che lancia a un ragazzino del ginnasio che balbetta lupus lupi.

Mio padre è uscito, doveva vedere alcuni colleghi, faccende di partito,
immagino. Mia sorella guarda i programmi domenicali rosicchiandosi le unghie.
Che bella nullafacente.

Io sono in giardino, seduta sui gradini, cercando di evitare l’ombra degli
alberi di limoni, già ho la pelle d’oca, meglio quindi stare al sole; più in
là, oltre l’albero, c’è mia nonna con uno dei suoi libri: lei ha smesso da un
po’ di correggere versioni e si gode, adesso, la sua meritata pensione. Non è
mai stata una dittatrice, mio nonno aveva quel carattere, che poi ha ereditato
mia madre e a sua volta non è riuscita a trasmetterlo alle due figlie. E non è
riuscita a imporsi come voleva. L’unica cosa che ha ottenuto dal suo modo di
fare è che mia sorella Giulia si è dovuta sposare a vent’anni perché aspettava
un figlio da un coetaneo che, per mantenere una famiglia prematura, ha lasciato
gli studi per andare a lavorare a Bologna da un suo zio, mentre mia sorella sta
da noi. Per quel che riguarda me, invece, le uniche cose che ci diciamo sono
parole di convenienza e quando abbiamo una discussione reagisco con lunghi,
interminabili, patetici silenzi, interrotti da brutte battutine pungenti.

Mio padre, unico uomo all’interno dell’impero, ci lascia fare; lui è troppo
impegnato con le sue questioni politiche e preferisce che le gatte si graffiano
tra di loro senza intaccare la sua tranquillità.

In giardino c’è un terzo esserino di tre anni, di sesso femminile: Eleni,
prossima dittatrice del piccolo impero. Mi costringe a fare bolle di sapone
perché le deve fare scoppiare.

«Ti ammazzo, “te” ti ho ammazzato, non mi scappi, ya! Ti ho ammazzato, ya
ya ya. T’ho presa chifosa» e si
contorce tutta muovendo in continuazione braccia e gambe per far scoppiare
quelle povere bolle che io continuo a creare soffiando come un automa. Mia
nonna alle frasi della piccina sorride, ma resta immobile con gli occhi fissi
sul libro, non si muove neanche per sistemarsi gli occhiali sul naso.

Le bolle volano, alcune scappano dalle grinfie della piccola boia, altre
subiscono la crudele sentenza. Ma una in particolare colpisce la mia
attenzione: vola bassa, fino ad arrestarsi sospesa sul pavimento, sospesa tra la bolla e il sapone, tra la
vita e la morte. Non si sa se soffre per la sua situazione, essa è nata per volare
sino a scomparire nel cielo, non per restare agganciata, incatenata al
pavimento, immobile, aspettando di scoppiare. Eleni con un salto ginnico mette
fine a questo supplizio e la bolla è ormai sotto il piedino destro della
piccola despota. Non resta niente della bella bolla trasparente che ero
riuscita a creare.

Un passo, poi un altro e un altro ancora.

Eccola!

È tornata.

Lei fa sempre
così. Mi fa visita nei sogni. Ormai mi segue da tempo, mi sta accanto e vive
nel mio mondo onirico. La vedo: bella, giovane, eterna. I suoi capelli lunghi e
neri, quegli occhi stanchi e tristi, fatti di lacrime amare che non fanno che
rendermela più bella. È una dea! Per me è una dea che vive nei miei sogni e non
vuole andare via.

Cammina lentamente nel buio ma io percepisco il suo affanno. I suoi passi
sembrano tonfi sordi che penetrano le mie orecchie e mi danno fastidio, ma so
che è Lei e non ho paura. Si siede
sul mio letto, accanto a me e mi fissa. Non fa altro che fissarmi e sorridermi
tristemente. Alle volte non parla, mi guarda e basta. Io cerco di aprire bocca
e chiederle qualcosa, ma quando viene a farmi visita io non riesco a muovere
gli arti e tanto meno la bocca. Gli occhi sono socchiusi eppure la vedo. Nel
buio, con gli occhi socchiusi riesco a vederla, è questo che mi terrorizza.

Adesso cerco di aprire bocca e riesco a chiedere a fatica con la lingua
pastosa: chi sei?

Lei mi sorride,
e poi apre la sua bella bocca rossa e m’implora: ‹‹Per piacere, non dirlo a
nessuno››.

Cosa? Cosa non devo dire, cosa devo tenere segreto? Cosa so che non si deve
rivelare? Forse che esiste? Che viene a trovarmi di nascosto nei miei sogni?
No, non lo dico a nessuno, non l’ho mai detto a nessuno. È un segreto, il
nostro segreto, un segreto che tengo solo per me da così tanti anni che neanche
ricordo quando è iniziata questa storia.

‹‹Cosa?›› chiedo ‹‹Cosa non devo dire?››.

Lei sorride e
svanisce, tutto si fa rosso, un’inquietudine mi assale, un’onda rossa cerca di afferrarmi.
Apro gli occhi e tocco istintivamente il pube. Non è cresciuto, sono salva. Poi
guardo sotto il letto. Non c’è, non so cosa sto cercando ma mi assicuro che non
ci sia.

Lei fa sempre
così, mi fa visita, mi tormenta dolcemente e poi svanisce in un onda di sangue.

Lunedì 5
maggio

Avvolta dalla mia giacchetta, con le
braccia conserte, pensavo che era l’ultima volta che Anna mi convinceva a
prendere l’autobus delle sei del mattino per andare a Catania. È cosa brutta e
straziante per un pigrone abbandonare i sogni e il tepore del letto per trovare
un bagno gelido, l’acqua che non riesce ad avere la temperatura che tu
desideri, scendere al piano di sotto dove tuo padre ha appena preparato il caffè,
berlo, vedere che tua nonna si è alzata apposta per te, per salutarti, e uscire
fuori con l’aria gelata.

E starle accanto appena sveglie era ancora più
stressante. Si presentava con i suoi occhiali da sole, come le dive del cinema
e, salutandomi, mi ubriacava col suo profumo alla vaniglia e poi cominciavano
le polemiche: prima l’autobus sempre in ritardo, poi lo stare tre settimane a
Catania, la cassetta che dovevo preparare con le canzoni preferite, il freddo:
«Lo sento io ho c’è freddo. Tu non lo
senti?»

«Sì, c’è freddo» risposi percorsa dai brividi
«l’autobus è in ritardo, ho lezione di antica
alle otto e ora per piacere stai zitta» e invece lei continuò a lamentarsi; ve
l’ho detto, non sono una dittatrice, io.

Appena salite sull’autobus ci venne comunicato
l’aumento del biglietto; Anna ricominciò con nuove lamentele sino a quando ci
sedemmo mettendoci le cuffie nelle orecchie. L’autobus partì. Il cielo
cominciava a schiarirsi, chiusi gli occhi nella speranza di riposare, ma il
mare nero e gelido ritornò a farsi strada nei miei pensieri. Io ho la paura del
mare, qualcuno mi ha detto che nella psicoanalisi il mare rappresenta la madre.
Be’ non so se nel mio caso c’entri qualcosa, so solo che una distesa profonda
di acqua, di cui non vedo il fondale, mi incute paura. E la cosa era peggiorata
da quando avevo visto quel film al cinema, quello che hanno visto tutti al
cinema, che ha vinto anche undici Oscar e tutti ne parlano nel bene e nel male.
Bene: da quando lo avevo visto enormi distese nere mi inseguivano o mi
cascavano addosso durante i miei sogni.

Cercai di distrarmi. Pensai alla mia
dolce nipotina, cercai di cullarmi con la melodia che sentivo fatta da violini.
Nel dormiveglia mi venne incontro la voce bassa di Alex, quindi fui costretta
ad aprire gli occhi. Cedere nel sonno sarebbe stato per me lo stesso che
buttarmi tra le sue braccia nel mondo reale. Guardai fuori, oltre Anna che
dormiva come le solite dive. Vedevo immense campagne verdi, pascoli e qualche
casa diroccata. Passammo all’interno del primo tunnel, quello più lungo. Mi
riappoggiai al sedile. Volevo addormentarmi, avevo tanto sonno, ma gli incubi
mi perseguitavano: se non era l’oscuro mare era Alex, se non era Alex era
Andrea e se non era questi erano gli esami che si avvicinavano.

Scelsi una musica più lenta per
favorire il sonno, chiusi gli occhi, cercai di non pensare a niente. Forse
sarei riuscita nell’impresa.

L’impatto che avevo ogni volta che arrivavo
alla stazione di Catania era alquanto strano: qualche ora prima ero tra le calde
coperte del mio letto, a casa mia, nel mio paese e poi in una frenetica città,
in un mondo estraneo e familiare allo stesso tempo. Ma non avevo il tempo di
gustarmi queste sensazioni. Mai. Perché andavo sempre di corsa. Quella mattina
prendemmo un bus che ci portò su per tutta la via Etnea. Era stracolmo di
studenti e qualche vecchio che, tanto per cambiare, si lamentava del fatto che
noi studenti affolliamo gli urbani.

Passammo davanti a un cinema,
c’erano ancora le locandine di quel film, era un sacco di tempo ormai che quel
cinema lo trasmetteva. Per un attimo pensai a tutti quei soldi che circolavano
intorno a quel titolo. Immaginai enormi montagne di bigliettoni, soldi che
uscivano da qualsiasi parte. Considerai che ormai bastava pronunciare il titolo
del film o qualcosa che aveva una qualsiasi assonanza con esso per far apparire
uno zio paperone grasso e cattivo che ti avrebbe riempito di dollari: una
tristezza mi pervase.

«Sei silenziosa» mi disse Anna.
Scrollai la testa come svegliata da un’ipnosi. «Si è fatto sentire qualcuno?»
mi chiese col suo sguardo indagatore. Nelle ultime settimane si era fatta di
una curiosità morbosa, un poliziotto che indaga su un crimine, quelli che si
vedono in televisione che torturano il sospettato in qualsiasi modo e con tante
domande stupide.

L’autista frenò di colpo, mi tenni
all’asta per non andare a finire addosso a quel ragazzo abbastanza robusto che
da quando era salito mi offriva la sua ascella sotto il naso.

«Non si è fatto sentire nessuno»
risposi «e per la cronaca non pensavo a nessuno».

Unico desiderio di quella mattina?
Che finisse immediatamente.

6 maggio: una visita improvvisa

Mi giro e rigiro nel letto; Anna è di fronte che dorme tranquillamente,
sento i rumori della strada, compresi quelli degli zoccoli di un cavallo. Ma
cosa ci passa a fare un cavallo alle quattro del mattino in Via Etnea? Ne avevo
parlato più volte con Anna e le altre due coinquiline, Rita e Paola. Loro non
avevano mai sentito nulla; ma io, cavolo, lo sentivo: quel maledetto rumore di
zoccoli, era reale.

Mi trovavo in strada, stavo cercando un costume, mi
serviva un costume da bagno ed ero alla fiera, in una di quelle bancarelle che
ti mettono la roba alla rinfusa. Ogni costume che vedevo, che mi piaceva,
appena lo prendevo tra le mani lo trovavo brutto, anzi non era brutto, era
orrendo, oppure strappato o ancora con fantasie antiquate. Anna mi prese per un
braccio dicendomi di seguirla: lei conosceva chi mi poteva orientare verso la
scelta più consona alle mie esigenze da cavallerizza. Ci trovammo in una chiesa
moderna e piena di luce; di fronte l’altare vi erano due suore e tra loro un
prete e ballavano e cantavano e il prete, un po’ troppo focoso, a un tratto
cominciò ad avanzare e Anna gridò «Ci vuole violentare, scappiamo!».

Ci trovammo su una Cadillac rosa, come quelle che si
vedono nei cartoni animati ed eravamo vicino alla mia facoltà e Anna mi gridò
«Sei contromano, sei contromano», tutte le macchine ci attorniarono e cominciarono
a suonare il clacson. Il suono era assordante, mi girava la testa, cercai di
scappare prendendo una stradina secondaria abbastanza ripida, ma il suono
assordante continuava a seguirmi. Basta! Alzai il braccio, staccai la sveglia e
mi girai dall’altra parte del letto. L’allarme delle sveglie non è mai stato
per me un segnale per alzarmi, ma un esercizio per le braccia. Anna continuava
a stare nel suo mondo dei sogni, io, per fortuna, ne ero uscita, sperando di
riposare almeno un altro quarto d’ora.

Ancora suoni, quel suono, ma cos’era? Il citofono, ecco cos’era, il
citofono alle 7:30 del mattino, forse Paola che aveva lezione alle otto e aveva
dimenticato qualcosa. Scendendo dal letto di corsa battei in un’anta
dell’armadio: Anna l’aveva dimenticata aperta la sera prima. Geniale quella
ragazza. Attraversando il corridoio, ormai uscita dal dormiveglia, grazie
all’incontro ravvicinato con l’anta, mi resi conto che era il campanello della
porta. Guardai dallo spioncino per vedere chi era. Pensavo che la mattina fosse
iniziata nei peggiori dei modi, ma mi sbagliavo: il peggio doveva ancora
arrivare. Trovai una spiegazione plausibile a quello che avevo visto dallo
spioncino e da quell’incessante suonare e bussare. La spiegazione plausibile
era che stavo continuando a sognare. Certo era proprio così: orrendi costumi,
preti maniaci, Cadillac rosa, attentati da parte delle coinquiline e adesso
sorella e nipote che cercano di sfondarti la porta. L’aprii urlando isterica «Cosa
ci fai qui?»

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