Le sei colonne

Mi soffocava. Dovunque voltassi lo sguardo mi stava davanti e non faceva altro che lanciare fumo e polvere, soffocandomi. La Montagna. Così gli abitanti lo chiamavano. Non riuscivo a capire il perché di tanta devozione e di quell’epiteto, dato a un vulcano che un nome già lo aveva: Etna. E poi chiamandolo così lo indicavano quale entità che può fare bene o male e non, semplicemente, un vulcano attivo che già basta e avanza a creare tanti fastidi e paure. Per loro l’Etna è una donna che adorano e con cui parlano.

Quante volte, non appena la temperatura si abbassava, ho visto loro girarsi alla ricerca dell’Etna e osservarla. Se non si vedeva ed era ricoperta di nuvole, stava per piovere; se era limpida, anche la giornata a Catania lo sarebbe stata. La sera per loro era uno spettacolo quando, piena di neve, veniva sfiorata dal sole morente e acquistava colori dal rubino al magenta sino a qualche scia di un assurdo ciano.

Io, invece, ne avevo paura e cercavo di non prestarle lo sguardo, anche se mi era impossibile: c’era sempre e nel monastero l’unica maniera per non vederla e per non subire la sua asfissia era restare tra i lunghi corridoi o nel chiostro, oppure nella parte opposta a est, uscire dal portone centrale e prendere aria. Ero circondato. Se non era la Montagna, erano le grandi mura del monastero Benedettino. Ogni tanto riflettevo sul fatto di essere circondato, prigioniero da ben sei colonne ovvero quelle delle due “M”. Si, proprio così, è una cosa buffa a pensarci: sia il Monastero che la Montagna hanno come iniziale la lettera “M” e questa lettera ha tre colonne che sorreggono un fragile tetto. E per me il monastero e l’Etna erano colonne che mi circondavano. Non c’era via di fuga: imprigionato prima in una veste che non mi apparteneva e poi in un’isola, infine all’interno di quel meraviglioso monastero (non potevo negarlo, era stato costruito con alto gusto artistico) e poi… la maestosa Etna.

Non voglio entrare nei particolari che mi hanno costretto a rifugiarmi a Catania. Come tanti miei simili non avevo e tuttora non ho la vocazione. È normale e comodo diventare monaco per alcuni componenti delle grandi famiglie, io subii quest’ordine da mio padre e dovetti soccombere. Non sono mai stato bravo a far nulla tranne che a studiare, non ho arti o grandi doti: era la soluzione giusta e sensata. Solo che, diciamo la verità, Dio non mi è mai stato tanto simpatico e, dopo l’esperienza che ho vissuto alla fine del secolo scorso in Sicilia, le cose non sono migliorate, anzi, ciò che videro i miei occhi mi ha allontanato ancor più dalla bella novella del Gesù Cristo.

Ero giovane e la carne ancora tenera, le membra non resistevano soprattutto a una giovane fanciulla dalla pelle bianca, proprio come l’Etna innevata e i capelli, ahimè, simili a lava incandescente. Una strega per gli appassionati, per me uno spirito delle foreste, una fata o un folletto. Più semplicemente una ragazzina ingenua e di umili origini, che facilmente cedette alle mie lusinghe. Ma per la mia famiglia era il demonio, i suoi capelli rossi ne erano la testimonianza e quindi, per purificarmi, venni mandato nella Valle di Noto, in uno tra i più grandi monasteri che, a quell’epoca, ospitavano ben volentieri i figli dei più ricchi, i quali offrivano le loro ricchezze, indispensabili per la restaurazione del convento lesionato dopo l’ultima infuriata del vulcano. Quei cospicui doni nel tempo avevano reso la fortezza benedettina ancora più bella.

Ora et labora recitava San Benedetto, ma qui giù in Sicilia è cosa sana recitare “Prega e lavora mangiando”. Com’è scontato pensare, all’interno del monastero ognuno aveva un suo compito preciso. Uno in particolare incuriosiva il mio animo: frate Arcangelo. Era robusto e trascorreva il suo tempo nelle cucine preparando pietanze in tale abbondanza da sfamare l’intera popolazione catanese. Era vergognoso quanto i frati mangiassero mentre predicavano povertà e amore.

I siciliani e in particolar modo i catanesi (e il monastero non faceva eccezione, anzi), erano ghiottoni soprattutto di due alimenti: la ricotta e la melanzana. Con esse facevano di tutto, dalla colazione alla cena. Quante prelibatezze e dolciumi… I monaci erano devoti al cibo più che alla Bibbia e frate Arcangelo soddisfaceva a pieno le loro esigenze.

Cominciai a pellegrinare all’interno di quella meraviglia che sapeva di cibo e letture, soprattutto per cercare di digerire le pietanze che non riuscivo a rifiutare a mensa. Quindi la mia penitenza era la passeggiata, anche se mi allietava tanto. E i pensieri, mentre facevo finta di scorrere le pagine del Vangelo, erano tantissimi: ero peccatore, ma quanti lì dentro lo erano? Chi lo era più di me? E il mio padre spirituale, l’Abate, lo era stato o lo era ancora? Che differenza c’era tra il peccato della carne, la lussuria e quello della gola? Eravamo tutti peccatori o le nostre passeggiate, i nostri sandali, i mal di pancia dopo le abbuffate, spurgavano le nostre debolezze, i nostri peccati?

Un giorno, mentre questi pensieri affollavano la mia anima, calpestai con un piede qualcosa di viscido e consistente. Mi abbassai e vidi della roba castana sotto i miei sandali. La toccai con i polpastrelli e annusai, sembrava una marmellata, forse qualche ghiottone aveva preso un pezzo di pane con quella mistura e fatto merenda lontano da occhi indiscreti. Aveva odore di terra e funghi, non osai assaggiarla ma, incuriosito da questa nuova ricetta (forse un misto di melanzane e ricotta in gelatina?) mi diressi da frate Arcangelo che tutto rosso in faccia stava cucinando uno stufato.

In maniera scherzosa parlai del mio piccolo incidente, ero realmente curioso di sapere quale mistura fosse stata calpestata dal mio piede. Gliela descrissi minuziosamente mentre lui stava fissando la pentola e poi, in modo brusco, mi pregò di lasciare la cucina e non disturbarlo più con certe sciocchezze infantili. Strano, mi dissi, era stato sempre cordiale nei miei riguardi, mai un simile scatto d’ira. Forse era agitato per faccende proprie, ma non riuscivo a giustificare a pieno tale reazione.

Stavo per tornare nella mia cella quando qualcosa mi agguantò dalla vita facendomi sobbalzare. Era un braccio robusto e sembrava volesse sollevarmi. Mi divincolai, poi fui colto da una risata ilare. Era il fratello Benvenuto. Aveva solo due anni più di me ma ne dimostrava la metà. Era sempre allegro e molto infantile. Ogni tanto, tra le mie riflessioni sui potenziali peccatori all’interno del monastero, mi soffermavo su di lui, chiedendomi se fosse capace di peccato oltre che disturbare tutti con quei ridicoli scherzi. Mi afferrò da un polso traendomi con sé per una porticina stretta, dietro la quale c’erano ripide scale. Mi portò fuori ad ammirare l’Etna al tramonto. Non potevo confessargli le mie paure, si sarebbe burlato di me la sera a mensa. Per distrarmi raccontai della strana reazione di frate Arcangelo e gli chiesi se avesse mai visto quell’intruglio. ‹‹Magari qualche animaletto ha lasciato un ricordino›› e rise di cuore, come suo solito, poi aggiunse ‹‹Senti usciamo, mi annoia stare qui, c’è ancora un po’ di tempo prima di entrare in mensa. Corri!›› e scappò all’interno.

Lo seguii tra le grandi scale di marmo bianco facendo attenzione a non scivolare. Benvenuto era agile e si conservava in forma, la cucina di Arcangelo non aveva effetti su di lui.

Fuori l’aria sapeva di terra bruciata. Lui cominciò a fantasticare su una nostra fuga: potevamo andare dove volevamo. C’era un porto lì vicino, ci saremmo imbarcati per approdare forse in Francia a discutere di filosofia cartesiana e del calcolatore di Pascal. O in Spagna, e perché no, nel Sacro Romano Impero ‹‹Non ti piacerebbe andare una volta a Vienna? Ha il sapore di una bella donna›› al che lo fissai un attimo. Ero un tantino perplesso: volevo chiedere se anche lui, come me, avesse in mente un demone dai lunghi capelli e dal profumo muschiato, ma quei propositi furono interrotti da una donna che si buttò ai nostri piedi chiedendo pietà e aiuto. Benvenuto si abbassò e cercò di sorreggerla tra le braccia: era una donna emaciata e invecchiata dalla povertà. Non trovava più suo figlio, era entrato in convento per portare del materiale a uno dei nostri monaci e non era più tornato.

‹‹Non è detto che sia mai entrato in convento›› riflettei ad alta voce ‹‹Sa per caso chi era il monaco che aveva chiesto a suo figlio di portare questo materiale? Conosce il nome?›› la donna ci guardò dietro le lacrime e mormorò il nome del monaco Orazio. Le promettemmo di fare di tutto per sapere qualcosa, qualsiasi cosa.

Prima di metterci a sedere per cena avvicinammo il monaco Orazio, chiedendo notizie del fanciullo. Orazio, che vedendoci avvicinare ci aveva accolti con un sorriso, non appena capì cosa volevamo chiedere si spense in viso e, aggrottando la fronte, rispose che aveva aspettato tanto il ragazzotto, inutilmente. Aveva dato la colpa alla poca serietà tipica dell’età e del ceto sociale, ma adesso, concluse aprendo le braccia, si rendeva conto che magari il piccoletto era stato vittima di qualche malvivente.

‹‹Cosa doveva portarle?›› chiesi io incuriosito da quella strana storia. Orazio mi fissò un tantino prima di rispondermi ‹‹Corteccia›› mi sorrise ‹‹Io mi occupo del presepe e mi serviva della corteccia, il piccoletto si era offerto di portarmene un bel po’›› e fissandosi i piedi aggiunse ‹‹Povera anima!››

Ci allontanammo a prendere posto. Dopo la preghiera cominciammo a cenare e chiesi a Benvenuto se non gli sembrasse un po’ strana la situazione ‹‹In questa zona ci sono molti malviventi›› mi disse a bassa voce ‹‹Magari qualche pervertito lo avrà usato per i suoi luridi giochetti›› e addentò un pezzo di pane.

Trovi il racconto integrale Le sei colonne nella raccolta “Storie di donne, streghe e zanzare

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