La donna in nero e la sua leggenda

Nell’immaginario comune l’anziana donna siciliana è vestita di nero, uno scialle nero, una bandana possibilmente nera in testa, la pelle bruciata dal sole e scavata da tanta fatica e dolore. Naturalmente non tutte le donne siciliane erano e sono così. Ma l’immaginario è l’immaginario e vince su tutte le realtà.

La cosa che non sanno tutti è come un certo tipo di streghe siciliane, con abiti neri, che si aggiravano nei giorni assolati o nelle notte più buie, venivano chiamate proprio “donne”. Le Donne erano pericolose. Mi ricordo quando ne sentii parlare la prima volta, avrò avuto quindici anni, ci trovavamo in classe, non c’era lezione, non so perché, ero al primo superiore forse e, mentre una ragazza raccontava ciò che riescono a fare queste streghe, alcune mie compagne si misero a piangere dalla paura. Ora, sinceramente, alla mia età ancora non ho capito bene perché piangessero. Allora non esistevano telefonini quindi la causa non poteva essere il messaggio del ragazzotto che le aveva lasciate. Piangevano per la paura che quelle storie avevano trasmesso loro, ma fu la prima e ultima volta che vidi persone piangere per la paura.

Cosa riuscivano a fare queste Donne? intanto si intrufolavano nelle case dove c’erano bambini piccoli e facevano le trecce. Ovvero impigliavano in nodi i capelli dei piccolini e le madri, che sapevano che quelle trecce non erano causate dalla lana che aveva intrecciato i capelli, ma opere delle donne, non dovevano districarli e neanche tagliarli perché i bambini rischiavano di morire. E vedevi questi bambini con i capelli aggrovigliati andare in giro per il paese. Io non credo di averne mai visti, ma mia sorella (che non credeva in queste storie) diceva che da piccola aveva visto un bambino così con i capelli arruffati e qualcuno lo prendeva in giro per la strana capigliatura.

Ma le Donne non si limitavano a fare treccine alla nuca dei bambini. Entravano e picchiavano gente.

Mia nonna li sentì. Aveva questa parente o non so chi fosse, che riceveva le visite di queste entità, le entità le dicevano che doveva andare in un luogo e portare determinate persone, ma la donna (ora non ricordo bene il nome, forse Caterina) portava gente a suo piacimento, quindi le entità tornavano da lei arrabbiate e la picchiavano.

‹‹Nonna, ma perché non portava nel luogo le persone giuste?›› chiesi ascoltandola incuriosita più dal comportamento sciocco della parente che da quello orrendo delle entità ‹‹Perché era bagascia››. Sì, disse così. In realtà era giusto dire “stronza”, ma mia nonna aveva un vocabolario molto colorito.

Quindi Caterina, preoccupata da queste entità che andavano a trovarla durante la notte, una volta convinse mia nonna, allora poco più che bambina, a dormire con lei. Nel mio immaginario Caterina era una trentenne, ma per vivere da sola, sicuramente, non era una donna in carriera e indipendente, ma una vedova, l’età quindi poteva variare molto essendo la mia nonna nata tra le due guerre.

Quello che so è che a mia nonna venivano i brividi a pensare alle Donne che quella notte entrarono e chiamarono Caterina e la picchiarono. Lei si coprì sotto le coperte e non vide nulla. Chissà se era gente che si divertiva con una povera signora che viveva sola?

Altra storia con queste entità invece avvenne in pieno giorno, me la raccontò mio padre quando tornai quel giorno da scuola raccontando di queste Donne e quella storia mi entrò in testa e per tempo mi perseguitò. Protagonista era un suo lontano parente, credo, era ragazzino, e con sua madre, altre donne e altri bambini andarono in campagna. I ragazzini giocando e raccogliendo frutta si allontanarono e a un tratto, in lontananza, notarono tre Donne vestite tutte di nero che con le ginocchia piegate raccoglievano la terra da una parte, la mettevano nel loro grembiule, e poi la gettavano da un’altra parte. Alcuni di loro cominciarono a lanciare pietre alle signore e queste sparirono. I ragazzi si spaventarono e scapparono mentre solo il nostro parente era incuriosito da ciò che stavano facendo le entità ma non si avvicinò. Tornarono dalle madri ma le trovarono provate che di corsa con le due bambine più piccole, stavano cercando i ragazzi per scappare. Cosa era accaduto? Delle donne mettevano le mani nelle bocche delle bambine e appena loro le avevano agguantate minacciandole, queste erano sparite. Scapparono di corsa e una di loro cadde in mezzo al letame e lamentò “merda, merda è la vita”.

foto archivio pinterest

Tornate in paese le signore raccontarono quello che avevano visto e qualcuno consigliò loro di giocare dei numeri. Appena il marito di una di loro tornò, la moglie (la stessa che nella fuga era caduta) gli riferì quello che era accaduto dicendogli di giocare determinati numeri. L’uomo si recò in piazza per giocare i numeri ma la gente era tutta agitata: un’anziana signora si era data accidentalmente fuoco con il suo scaldino, quindi tutti cominciarono a giocare i numeri della donna bruciata e l’uomo, invece di seguire il suggerimento della moglie, seguì la massa e giocò anche lui i numeri della donna bruciata.

Quando la moglie apprese che i suoi numeri erano usciti cominciò a saltare dalla gioia perché ormai erano ricchi ma il marito confessò la stupidata che aveva commesso. Nella notte la donna venne svegliata da qualcosa e si ritrovò le tre entità ai piedi del letto che la osservavano crucciate. Chiese cosa volessero e loro, schernendola, risposero: ‹‹Cosa hai avuto il coraggio di dire scappando? Merda è la vita? E nella merda morirai››.

Queste sono le storie che so delle “Donne” come venivano chiamate una volta le streghe nel mio paese. Ma nel mio immaginario queste donne vestite di nero hanno altri contorni, lontane da trecce, numeri da giocare al lotto e fatture.

Hanno l’occhio per sempre chiuso di una zia di mia madre. Ne avevo tanta paura da piccola, così tanto che la sognavo. Era ormai anziana e naturalmente vestita di nero. Le mancava un occhio, ecco perché era perennemente chiuso. Il motivo, lo scoprii ormai grande, fu un’infezione, la ragazza si lamentava dal dolore ma solo dopo tanto tempo decisero di portarla in ospedale, allora con un cavallo o asinello. Pioveva, l’occhio peggiorò e lo perse.

Mi ricordo che quando andavamo a trovarla mi nascond

evo tra le braccia di mia madre. Ero piccola e avevo paura. Peccato che nessuno mi raccontò la sua storia prima, sapere quello che realmente le era accaduto me l’avrebbe resa simpatica, sarei entrata in empatia con la bambina che soffriva per l’occhio, che per disgrazia aveva perso. Non avrei visto una vecchia vestita di nero con un occhio chiuso, ma una persona.

Altra donna vestita di nero invece era una vecchia che non ci stava con la testa, che sedeva davanti l’uscio di casa. Uscendo da scuola la potevi notare in tutta la sua tristezza, spesso i ragazzi la prendevano in giro e spesso lei cominciava a urlare, si alzava e cercava di reagire. Noi scappavamo, anche se in realtà un preadolescente l’avrebbe avuta vinta con una vecchia senza forze e senza senno. Una volta ci urlò. ‹‹Andatevene, andatevene via nella strada dell’amore››. Cosa volesse dire non lo so, non so se fosse sposata oppure era rimasta sola, senza figli, senza nessuno. Chi può dirlo?

Ma la donna in nero che più mi ha fatto paura era la pazza con le pietre. Anche in questo caso non ricordo il nome, peccato, ma essendo siciliana o si chiamava Pippina, o Tinuzza, o ancora Rosa. La prima volta me la fece vedere mia sorella dalla finestra della cucina. Mi arrampicai per vederla bene. Danzava. Vi giuro che danzava col suo manto nero, o lo lanciava verso gli uccelli che volavano in cerca di riparo dato che era ormai l’imbrunire. E lanciava pietre. Era la sua specialità! Perché per essere una strega vestita di nero devi avere una specialità: comparire e sparire, andare in giro di notte, fare trecce, essere senza un occhio o stare seduta sull’uscio di casa su una sedia sghemba alle due del pomeriggio. Questa qui aveva la fissa delle pietre. Le lanciava ai ragazzi. Ora non mi è chiaro se il problema fosse che lei le lanciasse per difendersi o erano i ragazzi che la prendevano in giro per reazione. Gli uccelli per esempio, che colpa avevano? E lei lanciava pietre, poi lanciava il manto, faceva piroette e tornava a lanciare pietre. Io avrò avuto all’incirca otto anni e una mattina mi trovavo a scuola e non era ancora suonata la campana che ci avvertiva di entrare in classe quando qualcosa accadde. Qualcuno si mise a correre nell’androne della scuola, poi ci furono urla e l’ingresso si svuotò e io che ero già dentro scuola come tutti i miei compagni di classe notai che la folla davanti il portone si era diluita e apparve lei, con gli occhi pieni di rabbia e paura, il sacco di plastica in mano e poi non capii più nulla. Forse una mia compagna di classe mi tirò con sé e mi ritrovai al piano di sopra. La mia compagna aveva le guance rosse per la paura e ripeteva il nome della vecchia e io non sapevo se essere stupita o impaurita da quell’evento.

Naturalmente qualcuno prese la donna e la portò fuori, la fece calmare risolvendo tutto, ma nella mente di noi bambini quello era una specie di attentato, un atto violento. Pensavamo che la scuola, i muri di quell’istituto ci proteggessero dal furore di una vecchia sola e senza senno e invece lei, impavida, aveva superato l’ostacolo, la barriera, era entrata forse per la prima volta in una scuola, per vendicarsi, cercare giustizia o solo fare due piroette e lanciare in aria qualche pietra.

Chi lo sa?

Ti è piaciuto il racconto? Trovi questo e altri racconti nella raccolta Storie di donne, streghe e zanzare

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